Senza Titolo

Cosa succederebbe se morissi? Impazzirei.

Vuol dire essere travolti da un ciclone di dolore, un fiotto inarrestabile di terribile sofferenza, che mi colpisce con violenza e mi toglie il respiro. Mi spezzerebbe le ossa, i capelli, la pelle, il cuore, il cervello, tutte le mie membra in un colpo solo. Non sentirei altro che buio intorno a me. Terrificante, distruttivo buio,vuoto assoluto, incolmabile. La disperazione più assoluta, senza possibilità di fuga. Senza via di scampo. Mi prenderebbe la gola, gli organi interni, fino a diventare dolore fisico, un assurdo dolore lancinante che mi parte dalle tempie, mi inonda il corpo e lo fa rintronare, sempre più forte, mi attanaglia il cuore e lo rimpicciolisce, spremendo fuori tutti i miei sentimenti come viscida bile nera.

Non riuscirei a piangere, perché le lacrime non esisterebbero più, troppo dolci per reggere un dolore così forte, troppo deboli per rendere giustizia all’assenza.

Sarebbe la falce del boia, che frusta l’aria e la lacera, abbattendosi su di me e la gente intorno che inneggia alla mia morte. Volti scuri, tetri, nessuna traccia di allegria, tutti uguali, irriconoscibili. Solo una gioia folle all’idea della morte. La falce si staglia nel cielo coperto di piombo e cade pesante sul mio collo.Incandescente, mi incide la pelle una

due

dieci

cento

mille volte. Mi prosciuga del sangue, mi gira la testa indietro, vomita le mie viscere.

Sarebbe un pugnale, stretto da una mano guantata, appoggiato sul mio cuore, che si insinua lento fra le maglie dei miei abiti, li strappa piano,delicatamente, incide la pelle con dolcezza, versa poche gocce di sangue, che si uniscono, diventano un rivolo, poi un rigurgito. Saziano la fame insistente del pugnale,

lento

deciso

dolce

un fiotto rosso spaventoso, e la lama tagliente dentro il mio corpo, nel mio petto, mi recide i muscoli, spezza le ossa, lacera i polmoni, sempre più profonda, e io guardo il lago di sangue dentro a cui sto annegando, mentre la lama mi trapassa da parte a parte e trova l’aria oltre la mia schiena

e io cado

o forse ho solo creduto di cadere, perché sento il mio corpo spezzarsi, mutilato e inguardabile, che non mi appartiene più.

Sarebbe l’acqua di un oceano che mi trascina sul fondale, la luce della superficie sempre più lontana, fioca, inarrivabile, la morsa ai polmoni, affamati di ossigeno, si contraggono, senza controllo, disperati, supplicando per un boccone di aria che non posso più dargli. Disperazione, sconfitta, terrore. La vista mi si appanna, tutto diventa un buco nero, non riesco a muovere il mio corpo, non so dove sono, mille immagini scoppiano nella mia mente, la luce

dov’è la luce

non c’è

non esiste più luce

dov’è

solo buio mi circonda,

infinito

indefinito

definitivo

invincibile, i miei polmoni che lottano, le mie labbra che tremano sofferenti, si aprono vinte, si arrendono lasciando entrare l’acqua che inonda la mia bocca, scende per la trachea, mi inonda i polmoni, e mi accorgo che sono morta.

Sarebbe una macchina davanti a me, in mezzo alla strada, lontana, lontana, un puntino scuro che diventa una bomba che scoppia, vicina, senza che io me ne accorgo, solo un colpo, veloce, al mio corpo, un battito di ciglia, sono stesa sull’asfalto caldo che mi brucia la pelle e io non so più niente. La mia mano si chiude ad artiglio su se stessa, incontrollabile, vedo solo grigio, sento solo caldo, con tutti i miei sensi,solo caldo, le mie orecchie rimbombano, sotto al ginocchio sento i sassolini della strada. Mi dovrò lavare la guancia che aderisce al terreno, che schifo, qui sarà pieno di batteri cattivi. Qualcuno grida e io vorrei dirgli che sto bene, non so cos’è successo ma non sento male, non vi preoccupate, sono solo caduta su questo asfalto sporco, vedo gente accanto a me, forse sto sorridendo, ma mi guardano e poi si portano le mani alla bocca, inorriditi, vedo l’orrore nei loro occhi, molti si voltano, conati di vomito, urlano, ma perché, io sto bene, non urlate… e il grigio diventa nero.

Sarebbe una mano che mi afferra da dietro, mentre cammino tranquilla in una sera d’estate per raggiungere i miei amici, e mi tappa la bocca, ha la pelle sudata e mi fa schifo, un altro braccio mi stringe, senza delicatezza, senza riguardo, forte e violento, mi afferra un fianco, affondando le dita fra le mie costole, mi sento soffocare, cerco di divincolarmi dalla presa, non ci riesco, sono solo un pezzo di argilla impotente, labile, quelle mani sono sporche, mi tengono stretta, mi trascinano via, non so dove, e altremani mi afferrano, violente come le prime, in ogni parte del mio corpo, e altri corpi premono sul mio, invadono il mio spazio, urtano il mio corpo, urtano la mia anima, mi premono, e in un attimo conoscono già posti cheio non conoscevo ancora, e riesco a pensare solo a una cosa, un unico pensiero mi frusta nella mente, acido, rovente, disperato… perché non riesco a piangere, perché, e un altro pensiero che inghiottisce l’altro quando il dolore si fa rosso e io urlo mentre l’odore della mano sudata che mi preme la bocca, un conato di vomito, quel pensiero, dopo questa sera, se sopravviverò, non sarò più una bambina

non sarò più una donna

allora cosa sarò?

Cosa sarò?

Cosa sarò?

Cosa sarò.

Sarebbe una raffica di vento beffardo che mi sputa in faccia, mi fa oscillare e mi riprende, mi avvolge con le sue lunghe braccia e mi spinge, non so a cosa aggrapparmi, non c’è più terreno sotto i piedi ma

era quello che volevo

allora perché fa così tanta paura il vuoto?

Lo vedo, il vuoto, ha il colore del mio corpo, mi entra sotto la pelle, dentro di me, non è vero che si vede la vita scorrere davanti, si vede solo il vuoto e il mio corpo, interminabili, uno dentro l’altro, le uniche cose vere, che esistono, e il mio cuore perde decine di battiti, forse ha smesso di battere i miei polmoni si accartocciano, rigettando l’aria che a fatica trattenevano, sto soffocando, i palazzi intorno sfrecciano sempre più in alto, le linee verticali si deformano abbracciandosi sulla punta, ma non vedo più la cima da dove un attimo fa vedevo la città piena di luci, vedo qualcosa, sempre più vicino e poi sento la mia testa spaccarsi, il mio corpo esplodere

non mi sono pentita dei miei peccati

ormai è troppo tardi

spero che Dio mi perdonerà

da quando ho iniziato a credere in Dio?

E poi solo nero.

Pesci d’acqua dolce

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Mia madre dice che quando sono nata nevicava e c’era luna piena.

Non so se questo c’entri qualcosa con il fatto che soffro il freddo più di una zebra in Islanda o che riesco a cambiare umore nel giro di un battito di ciglia.

Il mio nome è Alrisha. Vi risparmio il significato perché tira in ballo esoterismi vari che al momento non ricordo con esattezza, e sono nata l’ultimo giorno di Febbraio. Sono anche l’ultima di cinque fratelli. Il mio segno zodiacale è l’ultimo dei dodici. È destino che io sia l’ultima in tutto.

Proprio come adesso, mentre la pioggia mi impregna i vestiti e mi arriva fino alle ossa, il vento di gennaio mi entra nel collo e io spicco una corsa per raggiungere il lato opposto della strada, mentre la luce del semaforo diventa rossa. Gli altri passanti che hanno attraversato la strada sono già sul marciapiede di fronte. Le macchine iniziano a strombazzare, impazienti di ripartire.

Salgo il gradino del marciapiede e riprendo fiato.

Ho freddo. Le persone non mi guardano. Per la verità non guardano niente, camminano a testa china con gli occhi fissi sui piedi, immersi nella propria routine. Alzo la testa, e lascio che le gocce mi picchiettino il viso, in ogni caso sono completamente zuppa. Imbocco una via laterale, evitando i tavolini ricoperti di cellophane e acqua ammassati fuori dai ristoranti e sollevo di nuovo la testa.

Amo guardare il cielo quando piove. Amo che nessun altro lo faccia a parte me.

Con il naso al cielo, non mi accorgo della porta che si apre all’improvviso davanti a me, né dello scampanellio infastidito che la accompagna, né dei due uomini che escono.

Urto contro il vetro sbattendo una spalla e barcollo, mentre la mia attenzione devia bruscamente su quello che sta succedendo. Non sono due uomini, è un uomo e un ragazzo. L’uomo sta gesticolando verso il giovane, che regge davanti a sé un sacchetto di plastica rigonfio di acqua.

– Ridammi i miei soldi! – urla il ragazzo, a poco meno di un metro dalla faccia dell’uomo. Sono costretta a fermarmi, perché i due occupano tutto il marciapiede e non accennano a spostarsi.

– L’ha ammazzato tu! Sparisci o chiamo la polizia! – esclama il signore. È piuttosto anziano, con il viso denso di rughe e un cappellino con la visiera sulla testa che si sta inzuppando di pioggia.

– Vattene! – ripete risoluto –  E portati via quella cosa.

Il vecchio fa un passo indietro, guarda il ragazzo come se gli volesse ringhiare contro, poi spalanca la porta e la sbatte dopo essere entrato. Guardo il ragazzo. È molto carino, anche con la felpa costellata di gocce e i capelli scuri appiccicati alla fronte. Scuote la testa e abbassa il braccio che regge il sacchetto pieno d’acqua.

– Tutto bene? – chiedo.

Sì, non mi ero sbagliata, è davvero carino. Ha gli occhi verdi e mi rivolge uno sguardo di attesa, prima di cogliere la domanda e annuire.

– Sì… Quell’idiota mi ha rifilato un pesce morto.

– Morto? – sobbalzo.

Lui mi tende la busta di plastica. Al suo interno, solo adesso riconosco la forma di un piccolo pesce con le squame nere, immobile.

Un moto di tristezza mi prende all’improvviso, guardando quella piccola creatura priva di vita.

– Mi dispiace… – mormoro.

– Anche a me. Ho pagato dieci euro per questa roba e adesso devo anche pensare a disfarmene. Aggrotto la fronte, colpita dalla durezza delle parole. L’interesse che provavo un attimo prima per lo sconosciuto si sgretola velocemente, rimpiazzato da un crescente senso di disgusto.

– Mi dispiace per il pesce – replico.

Lui non capisce.

– Non c’è neanche un cassonetto qui vicino – si lamenta, cercando di proteggersi dalla pioggia alzando il cappuccio della felpa.

– Un cassonetto? – esclamo scandalizzata – Non puoi lasciarlo nella spazzatura!

– Senti, ma che vuoi? – sbotta spazientito – Lo vuoi tu? Prendilo.

Mi schiaffa in mano la busta, che si inclina e rovescia sulle mie scarpe già fradice metà dell’acqua contenuta al suo interno. Sono talmente sconcertata che non riesco a replicare, e guardo impotente lo sconosciuto che si volta rivolgendomi un cenno e scappando via nella pioggia. Muovo leggermente la busta, ma il pesce rimane immobile, sospeso nella poca acqua che gli resta.

Che cafone.

La breve conversazione e gli ultimi avvenimenti mi hanno fatto completamente dimenticare della pioggia. E ormai non ho più niente di asciutto addosso. Eppure non sento il freddo. L’unico pensiero che mi si è radicato in testa è che devo trovare il modo migliore per seppellire il pesce.

Mi fermo al semaforo e getto un’occhiata alla salma. È così piccolo. Piccolo e nero. Gli occhi sono due grandi specchi scuri e vacui.

Poi, quando sto per distogliere lo sguardo, il pesce sbatte le palpebre. Non so se un pesce abbia le palpebre, ma ne sono sicura, ha mosso gli occhi. E non solo. A poco a poco, il suo corpo vibra, le pinne iniziano a scuotersi e lui fa un rapido giro della busta, per poi tornare a fissarmi, immobile.

Mi sta guardando. Il clacson di una macchina mi riporta violentemente alla realtà. Devo sembrare parecchio stupida a fissare un pesce in un sacchetto.

Mi affretto ad attraversare la strada di corsa e non rallento fino a che non raggiungo il ponte che dà sul piccolo torrente che scorre in mezzo al paese. Appoggio il sacchetto con il pesce sul parapetto viscido di pioggia e costellato di escrementi di piccioni, e lui mi fissa con quel suo modo strano di aprire e chiudere la bocca e gli occhi spalancati.

– Non ci sono murene nei torrenti, vero?

Il pesce mi fa l’occhiolino, poi si volta verso il fiume che scorre sotto di noi. Distolgo gli occhi dalla busta per guardarmi intorno, ma non c’è nessuno. Il buio sta calando, la luce fioca dei lampioni si è appena accesa ed è ancora incapace di illuminare di aranciato la strada.

– Siamo gli ultimi – dico.

Lui fa un giro su sé stesso, facendo sbatacchiare le branchie contro il corpo. Le sue squame nerastre brillano leggermente di argento.

Mi sporgo leggermente dal muretto e controllo il livello dell’acqua sotto di me. È alta, non si farà male. Mi sento stranamente affezionata a quella creatura poco più grande del mio pollice. Il pesce batte di nuovo gli occhi, mi sorride.

– Buona fortuna – dice con una voce lenta e attutita. Profonda. Sembra quella di una balena.

– Anche a te – replico.

Inclino la busta e ne rovescio il contenuto. L’acqua cade in grosse perle lucenti che scoppiano nell’aria prima di raggiungere la superficie del corso d’acqua. Vedo il pesce librarsi nell’aria per un paio di secondi, poi sbatte le pinne nell’aria, si tuffa nell’acqua e scompare come una virgola nera in una frase dimenticata.

Io non ho paura

prayPotevo esserci io in quello stadio, in quel locale, in quella strada.
Erano i miei occhi che avrebbero potuto vedere qualcuno urlare un’invocazione a un dio, estrarre i mitra, fare decine di morti a sangue freddo.

Erano i miei occhi che avrebbero potuto vedere il rosso di tutto quel sangue, il mio sangue, il sangue dei miei amici, della mia famiglia. Erano i miei occhi che avrebbero potuto vedere l’orrore, il terrore. Erano le mie orecchie che avrebbero potuto sentire le urla, i pianti, le suppliche.

Ma non torno a casa, non cambio i miei programmi.
Non smetterò di andare in stazione, all’aeroporto, sulle metro, al ristorante, in un bagno pubblico, in libreria, al cinema, a un concerto. Non mi barricherò in casa serrando le finestre, non smetterò di andare in chiesa, di camminare per strada, di sedermi su una panchina, di entrare in un negozio. Non smetterò di viaggiare, di sorridere, di pregare. Non smetterò di credere in Dio. Non smetterò di non avere paura, non rinuncio alla mia vita.

La gente inizia a chiedere una violenza cieca, diventa cattiva perché altra gente è cattiva. C’è rabbia, terrore, voglia di distruggere, voglia di piangere. Io non voglio confondere il terrore con l’ignoranza. Non voglio confondere la prudenza con la paura, i credenti con i fanatici, gli stranieri con gli attentatori.

Non voglio confondere Dio con la religione. La paura paralizza e uccide la vita.

Voglio saper distinguere senza restare immobile a tremare, cancellando gli appuntamenti e chiedendomi quando toccherà a me. Non credo di sapere di cosa stia parlando, ma vorrei provarci. Il mondo non si deve fermare perché qualcuno mi dice che così deve essere.

Oggi scelgo di combattere la mia paura, perché è tutto quello che posso fare.

#notafraid #13novembre2015 #PrayforParis

Diabry – stagione 1 episodio 3

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Giovedì 30 Luglio 2015
Ore 23:16 , in macchina verso Cerenova, Roma.
Imetec Lamborghini Beretta Frigerio Intersport. Capannoni con le luci al neon. E’ la prima volta che mi capita di non vedere almeno una scritta con una lettera buia in mezzo perché si è fulminata la lampadina.

E poi alberi neri, con le punte aranciate dai lampioni e la loro luce calda. Un po’ come lucciole nella notte.

È da almeno dieci anni che non vedo una lucciola, l’ultima volta le ho viste sul parco della villa dove il nonno andava a pescare.

Quella volta, di sera, ero andata anche io con mamma e papà. Il nonno si era arrabbiato un po’ perché io giravo tutta emozionata in quel paesaggio calmo e misterioso, disturbando i pesci dovevano abboccare all’amo.

La luce della luna è molto più bella dei lampioni. E’ più calda, pur essendo bianca e non arancione. Adesso le nuvole la offuscano un po’, ma è ancora luminosa.

Piena e tonda.

Penso istintivamente che assomiglia alla Madonna illuminata dalla luce di Dio.

Siamo arrivati davanti alla Foppapedretti, che mi ricorda sempre quelle due pallavoliste della nazionale italiana che erano venute alle elementari a farci giocare un po’, non ricordo neanche più il motivo. Non me ne fregava niente della pallavolo, ma quando tutti i miei compagni avevano fatto la coda per farsi fare l’autografo, ero andata anche io.

Già allora volevo essere a contatto con gente famosa? Solo perché lo facevano gli altri, solo perché era una firma che per qualcun altro poteva essere importante. Per qualcun altro.

Adoravo viaggiare di notte, da piccola. Amavo fare Trecella-Roma, in macchina con i miei, partire col buio e arrivare la mattina.

Era una cosa che aspettavo tutto l’anno, per questo non riuscivo a stare ferma a letto le ore che precedevano la partenza.

Da piccola piccola, papi mi svegliata alle tre e mi diceva di non preoccuparmi, che pensava a tutto lui, di continuare a dormire. Mi prendeva in braccio e insieme alla mamma andavamo in macchina.

Poi mi rimettevo a dormire, anche se l’eccitazione di quei pochi minuti in cui ero sveglia, me la ricordo bene. Sembra che non siano passati diciassette anni, ma solo due giorni.

È da qualche anno che partiamo prima di mezzanotte, a volte anche alle dieci o alle undici. Adesso sono le undici e mezza e siamo partiti da venti minuti.

Da piccola il buio era la parte più strana del viaggio. A parte quella volta all’anno, non viaggiavo mai di notte.  Vedevo i camion invadere le strade e la mamma mi spiegava che loro viaggiano sempre di notte, per portare i prodotti la mattina presto. Io pensavo che fosse bellissimo poter viaggiare completamente da solo sulla strada, senza nessun altro, facendo finta di essere l’unico abitante del mondo. Un anno ricordo di aver aggiunto il camionista alla lista di professioni che avrei voluto svolgere da grande. L’ambizione è durata poco. Il cielo rimane sempre più chiaro degli alberi intorno, perché è illuminato dai lampioni. Inquinamento luminoso e il resto.

Quando sono diventata più grande, e non mi riaddormentavo subito dopo essere entrata in macchina, mi sdraiavo e guardavo il cielo e le stelle dal finestrino. Poi prendevo il mio lettore cd, fidato amico mio, e mettevo su una canzone. Questo anche quando sono passata all’mp3. Dopo un po’ mi addormentavo. Oppure mi sdraiavo e ascoltavo il rumore delle ruote sull’asfalto e della macchina che sfreccia veloce, cosa che faccio ancora adesso e che mi fa abbastanza impressione.

Un anno, ricordo benissimo di aver fatto quattro ore ad ascoltare solo una sola canzone di un cd di papi. Every Breath You Take, dei Police. La ascoltavo a ripetizione, ininterrottamente. Ho smesso solo perché mi sono addormentata, e quando mi sono svegliata eravamo già arrivati.

Da piccola mi svegliavo sempre a un certo punto, alle cinque o alle sei, quando la macchina era già ferma in una stazione di sosta perché papà doveva riposare. E restavo a guardare il cielo mentre i miei dormivano. E non capivo come fosse possibile essere così sveglia a quell’ora.

Un anno ricordo che la mamma aveva cambiato il materassino che stendeva sempre sul sedile posteriore per farmi dormire, e ne aveva preso uno plastificato. Non potevo muovermi senza fare un casino pazzesco e svegliare i miei. Un anno invece mi ero messa a sbracciarmi per trovare una posizione che permettesse alla luce dei lampioni della piazzola di illuminare il piccolo schermo dell’orologio che avevo trovato nei Pangoccioli, di cui ero orgogliosissima, ma che non aveva lo schermo retroilluminato.

Qualche anno dopo ho avuto il mio orologio digitale, che si illuminava. Vedere le cifre squadrate illuminarsi nel buio dell’auto mi faceva accelerare i battiti del cuore, sia perché vedevo orari che non vedevo mai durante l’anno, tipo le quattro di mattina, sia perché ogni minuto che passava era un minuto in meno a rivedere Cerenova, e quella parte della mia famiglia che potevo vedere solo due volte all’anno.

E poi c’era un sacco di altre cose.

Ricordo i mezzi pianti isterici perché anche con il materassino sentivo nella schiena il rigonfiamento degli agganci per la cintura di sicurezza, e non riuscivo a dormire. E la mamma spazientita che mi diceva di dormire e farla finita.

Non ho ancora capito perché non abbiamo mai pensato di prendere dei cuscini, che infatti sono entrati in vigore solo l’anno scorso, parecchi anni dopo aver abbandonato il materassino. Va beh.

C’è una luna bellissima.

Ricordo che da piccola avevo il terrore che la portiera si aprisse e che io cadessi fuori, con tutte le mie cose. Ce l’ho ancora questa paura, e se ne sono aggiunte altre, più o meno irrazionali. Adesso non riesco a non pensare che andrà male qualcosa, che per qualunque motivo di forza maggiore, un uragano o la macchina che si rompe, non possiamo proseguire e dobbiamo rinunciare alla vacanza, o peggio, finiamo in pericolo. La paura più frequente.

La cosa che mi terrorizza di più è che papi possa avere un colpo di sonno e noi ci schiantiamo. In realtà la paura arriva fino a un certo punto, perché mi fido tanto di lui quando guida, e alla fine mi addormento e la questione finisce lì. Con nessun altro ci riuscirei, probabilmente neanche con la mamma.

Comunque. Credo che sia per questi viaggi che ho imparato ad amare l’alba e a farla diventare il periodo del giorno che preferisco.

La vedevo solo una volta all’anno, quando andavo a Cerenova. L’adrenalina mi faceva stare sveglia e riuscivo ad assistere a quello spettacolo. Dopo la sosta che papi faceva per riposarsi, io che mi ero svegliata, mi attaccavo al finestrino, con gli occhi pieni di meraviglia. Da quel momento restavo sveglia da lì fino a quando fossimo arrivati. Papà ripartiva e la macchina riprendeva a correre sulle onde morbide dell’Aurelia, con le colline ai lati e le città troppo lontane per intaccare la sensazione di lontananza dalla civiltà.

Gli alberi neri all’orizzonte, il cielo blu, grigio, verde, celeste. li stracci di nuvole più scure. Nessuna macchina a parte la nostra, niente che suggerisse che ci fosse qualcun altro nel mondo a parte noi tre. Il mio momento preferito. Non si vedeva il sole sorgere perché era nascosto dalle colline. Ma era il cielo la parte più bella, e lo è ancora. Quel buio chiaro che mi faceva sentire invincibile. Il mondo intero dorme, in questo momento, e io guardo il cielo diventare chiaro, e tutto intorno risvegliarsi, piano, lentamente.

Poi il mondo torna alla vita dopo un lungo sonno. Quando il cielo era ormai azzurro, e solo a ovest restava un po’ di scuro, lo spettacolo finiva e la magia si spezzava: adesso tutti potevano vedere il cielo, non ero più la testimone incontrastata. Ma la magia tornava poco dopo in un’altra cosa: i cartelli. Le indicazioni di nomi che vedevo una volta all’anno. Vicino a casa mia c’erano Cassano, Melzo, Milano. E adesso vedevo Roma, Cerveteri, Ladispoli.

E come si risvegliava il mondo e la luce tornava per la strada e per le colline, la mia eccitazione, prima semplicemente tacita meraviglia davanti all’alba, tornava in quarta. Allora iniziavo a chiedere ogni mezzo minuto, come ogni pupo sovraeccitato e rompiballe che si rispetti ‘ma quanto manca?’. E le risposte mi soddisfavano solo per un secondo, prima di riattaccare con la domanda.

A un certo punto si esce dalla strada larga e deserta, si entra nel paese. Cerenova. Le strade diventano familiari. Sulla strada c’è la caserma, con le mura di recinzione rosse. Quando la vedo vuol dire che siamo arrivati. Il paesaggio cambia completamente. Qui le casette sono piccole e bianche, con le inferriate rosse o azzurre, il cancello di assi di legno più o meno nuovo, su cui spesso sono attaccati i cartelli dell’Attenti al Cane, e ognuna con il suo giardinetto di fianco. Pini marittimi lungo le strade, pinoli per terra e buche nell’asfalto vecchio. Alla fine la strada della casa degli zii, con il salice piangente all’inizio, che aveva le assi inchiodate sul tronco a mo’ di gradini per una casa sull’albero abbandonata. In realtà il salice l’hanno tagliato da almeno cinque anni, ma per me c’è ancora.

Adesso, come da piccola, mi guardo intorno, aggrappandomi a ogni cosa che vedo, e mi riapproprio di quei ricordi e di cosa hanno significato per me l’anno passato, quello prima e tutti quelli precedenti. Ora in realtà è ancora buio e siamo lontani dall’arrivo, ma i ricordi mi hanno trascinato nel racconto, e quindi va beh.
Ore 5:50
Mi sono persa tutto, mi sono svegliata con gli occhi su un cielo già chiaro. Quest’anno l’alba di Cerenova l’ho persa. Ma ne ho viste già tante, e non molto lontano da questo, durante tutto quest’anno, a Roma.

È sempre un delirio svegliarsi in macchina e cercare di mettersi seduta senza svegliare mamma e papà. Non si sente nessun rumore, tutto è ovattato dal silenzio assonnato delle sei di mattina. Una tortora ha appena iniziato a tubare. Con l’orecchio sinistro mi sembra di sentire qualcosa di simile alla pioggia. Poi il rombo delle auto qualche decina di metri lontani, un fischio flebile, e i cinguettii degli uccellini che solo a quest’ora chiacchierano tanto. Mi dispiace essermi persa l’arrivo.

Da qualche anno, appena arrivati, scendiamo dalla macchina e ci sgranchiamo le gambe qualche minuto oppure restiamo un po’ in macchina a ridere per qualcosa, e goderci il buon umore di papi che appena arrivato è sempre contento, per aspettare un’ora decente per suonare alla porta degli zii.

Mi ero svegliata verso le tre, e avevo deciso di rimettermi a dormire. Mi sono fatta una dormita fino alle sei. Ma non è stata tutta sprecata. Ho fatto il terzo sogno meraviglioso nel giro di una settimana. Sogni così belli che mi sveglio contenta, e non c’è modo migliore per iniziare la vacanza, essere arrivati sani e salvi e svegliarsi dopo un sogno bello. Dato che è una cosa privata, mi riservo il potere di saltarne il racconto. Però c’erano i miei amici.

Comunque i miei si sono svegliati. Hanno mangiato un po’ di cioccolato, io non ho fame. Per scrivere del mio sogno, non censurato nella versione privata del mio diario, non ho scritto in tempo reale del mio meraviglioso tentativo andato a segno di ammazzare una zanzara senza svegliare i miei. La zanzara era quella che mi aveva svegliato pungendomi due volte. La vacanza inizia meglio di quello che pensassi. Ho anche acceso il computer per caricare il telefono, arrivato al 1% di batteria. Adesso abbiamo abbassato i finestrini, così entra un filo d’aria fresca.

Ore 6:22

Papi è andato a fare un’altra passeggiatina, io non mi sono ancora mossa da qui. È andato a vedere se gli zii dormono ancora o se possiamo entrare.

Quando ero più piccola arrivavamo direttamente in casa, senza aspettare che si arrivasse a un orario accettabile. Ricordo un anno, entrato negli annali di famiglia, in cui papi è sceso dalla macchina appena arrivati alle cinque, ed è andato incontro allo zio urlando ‘ANVEDI!’ a un volume di voce pazzesco, con la mamma che gli diceva di stare zitto, perché svegliava tutto il vicinato. Quante risate.

Io e Lizzy cerchiamo di replicarlo ogni anno, ma quando una cosa esce bene al primo colpo, è così e basta. Loro uscivano di casa per salutarci, e ci abbracciavamo nel giardino, poi entravamo in casa.

Da piccola, appena arrivata e dopo aver salutato gli zii, Ale, se non dormiva, e i gatti, facevo colazione. Un anno la zia mi aveva prestato il suo pile perché faceva fresco e io ero così addormentata che avevo rovesciato il latte addosso, bagnandolo praticamente tutto.

Poi uscivo con Lizzy per fare un giro alla U piccola. La U piccola è una strada a forma di U che ci sembrava lunghissima e che invece ci siamo rese conto che non è più lunga di una trentina di metri. C’è anche la U grande, ma è troppo lunga. Poi andavamo fino alla recinzione al di là della quale passa il treno, dove crescevano milioni di more. Poi tornavamo indietro. Io riprendevo confidenza con i gatti, li inseguivo un po’ per il giardino e commentavo sul fatto che fossero cresciuti o, soprattutto, inciccioniti. Ci sono stati degli anni in cui un gatto nuovo era arrivato o uno se n’era andato. Ho seguito l’evoluzione del ramo felino della famiglia da quando avevo tre anni.

Papi è appena tornato. Dice che la Lizzy e la zia stanno già preparando il caffé. È ora di andare.

Buona estate!

Diabry – stagione 1 episodio 2

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Mercoledì 17 giugno 2015

Ore 8:57, ma sono sveglia esattamente da un’ora. Sole cosparso di urla di bambini dell’asilo qui sotto. Letto, cuscino dietro la schiena, martello pneumatico che trita la strada sotto la mia finestra. Tutto sommato potrebbe andare peggio.

 

Non so perché mi sono svegliata con un paio d’ore di anticipo rispetto al solito.

Forse il motivo è che in questo esatto momento, migliaia di ragazzi stanno affrontando il periodo della maturità.

Mi sento ancora coinvolta, nonostante sia passato un anno dalla mia, evidentemente il mio cervello era troppo agitato per continuare a dormire.

Che cosa orribile la mia maturità. Non voglio parlarne.

Ma in effetti pensavo che non ce l’avrei fatta, e invece il momento è passato ed è arrivato il turno di qualcun altro.

Comunque sono degli ipocriti chi dice tutte quelle frottole (che chic il termine ‘frottola’, sarà la mia nuova parola preferita) su quanto fosse banale l’esame, su quando sia mille volte meglio meglio un esame all’università che affrontare di nuovo quel mese di sofferenza. Bullshit.

L’esame di maturità è la cosa più difficile di tutta la carriera scolastica, perfino della tesi di laurea. Credo.

Ma passa. Tutto passa. Non adesso, non subito. Io non l’ho ancora passato, e lo dimostra il fatto che ripensarci mi provoca un’ondata di sentimenti (tutti negativi) e non dovrebbe essere così, dovrei sorridere con indifferenza.

Non sono ancora pronta del tutto, forse.

Ma mi va bene. Mi limito a soffocare il ricordo, per il momento. Nasconderlo con tutte le emozioni positive che si sono accavallate in questo ultimo anno. Ma quello rimane.

Non voglio ripensarci, assolutamente.

Dico solo che mi aspettavo una liberazione, un’autentica esplosione di sensi, di gioia, di sollievo…

e non c’è stato niente di tutto questo.

Alla fine dell’orale non ho provato niente.

Nessun enorme peso che scivola via dalle spalle, nessuna voglia di ridere fino a stare male, o regalare soldi a uno dei barboni ubriachi della stazione, nessun sollievo.

C’era solo il vuoto. E non poteva essere riempito con nient’altro. Non credo che verrà mai riempito del tutto, non si possono cancellare i miei cinque disastrosi anni di liceo, per come li ho vissuti io.

Confesso che sono rimasta parecchio delusa.

Tutta sta fatica e neanche un solo secondo in cui comprendere la meraviglia che tutto fosse finito.

Dopo l’orale sono tornata a casa, mi sono infilata la maglietta del CRE, i pantaloncini del pigiama perché erano a portata di mano, le mie infradito spaiate (una si è rotta ieri, sono in lutto), e sono uscita con mia mamma e mia cugina. Mi hanno portato da Tiger per la prima volta.

E tremavo ancora, mentre giravo tra gli scaffali pieni di cose inutili e immancabili in una casa che si rispetti (le ciabatte a forma di anguria, la sveglia a forma di noce di cocco, il portachiavi con scritto ‘banana’), la mia mente era ancora in quell’aula, in quel corridoio, in quella scuola.

Da Tiger quel giorno ho comprato il mio primo ciak.

Buffa coincidenza che il simbolo della vita che stava per iniziare e che diventerà il mio futuro, sia passato attraverso quei momenti.

Poi sono voluta tornare a casa, dopo essere passata per l’oratorio a salutare i miei amici e i bimbetti del centro estivo.

Avevo da fare.

Ho messo tutte le cose dell’ultimo anno di liceo che costellavano ogni angolo della mia camera in uno scatolone. Migliaia di fogli che fino a poco prima stavo leggendo febbrilmente, cercando di assorbire quanto più possibile, nei miei ultimi attimi da maturanda.

Era tutto finito. Lo scatolone l’ho messo sotto il letto. Presente ma nascosto, come quegli anni, e come quella Maturità.

Cambierei tutto. Ma lo dico adesso, ancora fresca di ricordi. Probabilmente fra qualche anno direi, con voce lacrimevole, che tutto quello che è successo è servito per mettere in piedi la persona che sono oggi.

Che cosa molto commovente.

Basta parlarne!

Con tutta questa maturità non ho neanche scritto che ho finito gli ultimi esami teorici della mia vita, e che fra tredici giorni torno a casa. Solo. Tredici. Giorni.

Dopo quasi tre mesi. Direi che è ora, che cavolo.

Ok. Ho appena finito di mangiare un kitkat, che mi ricordavo decisamente migliore. Dovevo scegliere il Kinder Bueno, lo sapevo. Non capisco perché abbiano tolto i Twix. Inettitudine dei distributori automatici. Sembra il titolo di un film, dovrei tenerlo a mente.

Ma almeno quella dannata macchinetta non mi ha ciulato i soldi (‘ciulare’ è una delle parole che mi mancano di più, qui a Roma).

Bye.